Filtri

Ieri sera sono uscita a mangiare un gelato con un’amica.

Okay, prima del gelato abbiamo preso un aperitivo in ritardo, che vuol dire che era ora di cena, nessuna delle due aveva voglia di cucinare, portafoglio semivuoto da fine weekend e poca voglia di pensare troppo a come risolvere la situazione. L’abbiamo chiamato aperitivo solo perché c’era ancora abbastanza luce fuori per far sembrare accettabile questo pasto a base di spritz e un piatto di tapas che ha tappato il buco di fame con nove euro euro scarsi, in sostanza. E dopo ci è venuta voglia di gelato, perché un pasto senza dolcino in chiusura non è degno di esser chiamato tale.
Mentre eravamo lì, una coppetta al pistacchio e una al cacao e mango in mano, è arrivato questo ragazzo. Il classico che conosci di vista ma non così tanto, quello che per determinati periodi dell’anno incroci in tutti gli angoli della città – cosa piuttosto facile in una Forlì che è grande pressapoco come Piazza Navona, ma che pur si piega alla fatidica regola del “se vuoi vedere qualcuno fai in tempo a morire, se lo vuoi evitare salta fuori ad ogni angolo”.

Lui è uno di quelli che non vuoi né evitare né vedere – perché non ti cambia un cazzo, fondamentalmente – ma che semplicemente ti inciampa nei piedi con una frequenza variabile dal una volta al giorno al una volta ogni due mesi. Sai chi è, sai come si chiama, ha una sessione di stalking attiva alle spalle che ti ha rivelato data di nascita, attuale occupazione e una insolita, totale assenza su qualsiasi piattaforma social immaginabile e pensabile. Questo ragazzo, in sostanza, esiste solamente quando ci inciampi o ti inciampa addosso e ieri sera è inciampato nella stessa gelateria dove stavo mettendo in pratica il decalogo della perfetta uscita di merda ad alta voce, in presenza di bambini, combinando le parole “trovare”, “pagare” e “scopare”. Non necessariamente in quest’ordine.

Era da solo, si è preso il suo cono (da due euro e mezzo, ma non son riuscita a sentire i gusti) e si è seduto a un paio di sgabellini di distanza, facendo sfoggio di Vans old skool, caviglie secche secche e gambe storte da calciatore. Da solo, si è mangiato il suo gelato e ascoltato le nostre chiacchiere, poi si è alzato e si è spostato più in su nella piazza dove, sempre da solo, si è seduto ai tavolini di un bar chiuso e ha chiamato qualcuno. L’abbiamo lasciato lì, facendo battute stupide sul fatto che se avesse voluto compagnia io ho casa dietro l’angolo e un account Netflix pieno di serie da guardare.

Cazzocenefrega a noi Chiara, direte voi, che un tipo si è mangiato un gelato a mezzo metro da te. E avete ragione, sono fatti suoi e al limite miei, ma il punto non è questo. Il punto è che lo trovo carino, che so chi è, che avrei potuto attaccar bottone con una scusa qualunque e parlarci ma no, non l’ho fatto. E non è stato sicuramente perché c’era una mia amica con me, fossi stata sola o con altre cinque persone non sarebbe cambiato nulla. Il punto è che non sono più abituata a farlo. Parlare agli sconosciuti, dico. O meglio, parlare a sconosciuti che conosco – e che mi conoscono – di vista senza prima essere passata attraverso il filtro di qualche settimana di like su FaceBook, cuori su Instagram e visualizzazioni delle sue stories. Un filtro che serve a farti avere un’idea su questa persona che, il più delle volte, non potrebbe essere più lontana dalla realtà, tant’è che le smusate prese sono direttamente proporzionali al rischio che si corre di passare per stalker in caso di interesse non ricambiato (vedi il tipo che per due commenti, letteralmente due, è andato in giro a dire che gli davo addosso, scatenando una reazione a catena di altri disastri di cui è meglio non far menzione). In un certo senso è questa la procedura standard. Vedi qualcuno, lo vedi di nuovo, ti informi, lo aggiungi, piazzi un tot di like, cerchi di capire che posti frequenta e se qualcuno te lo può presentare, gli scrivi e solo dopo, eventualmente, ci parli di persona. Filtri.

I filtri, però, funzionano solo fino a un certo punto: tutto quello che c’è sotto, ad una certa, se ne torna fuori e si mostra esattamente per quel che è. Eppure, l’idea di farne a meno è un’idea strana. Spaventosa. Farne a meno significa esporsi in prima persona, schiantarsi di faccia addosso a qualcuno senza la barriera acclimatante di tutti i like, i cuori e le visualizzazioni accumulate. Significa dirgli, senza mezze misure, che lo hai visto, lo hai notato e gli vuoi parlare per vedere se puoi conoscerlo. Che è un po’ lo stesso messaggio che i like, i cuori e le visualizzazioni danno, solo che non lo fai stando comodamente a una distanza di sicurezza, dietro la schermo di un cellulare. Lo fai in carne e ossa, ci metti la faccia e te ne stai davanti a lui, in attesa di un ok a procedere o di un rifiuto in direttissima. E soprattutto lo fai senza sapere quale dei due arriverà, cosa che magari uno scambio di like, cuori e visualizzazioni avrebbe potuto anticipare.

Ieri sera, molto più tardi, quando ormai me ne stavo a letto con il cellulare sul comodino e solo i miei pensieri tra le mani, ho realizzato che con lui non lo posso fare e che la cosa in una certa misura mi scoccia. Che palle, ci devo parlare. Ma che palle cosa? Che palle perché? Perché è faticoso? Nah, al più è terrificante ma non richiede fatica né è impossibile. Perché non è immediato? Più facile. Sono talmente assuefatta all’istantaneità che accessi, notifiche e social garantiscono da trovare quasi insopportabile l’idea di dover aspettare di incrociarlo di nuovo per caso solo per dirgli “ciao” o fargli un sorriso. Perché chissà quante altre gli scrivono, mentre io sto ad aspettare di inciamparci addosso.

Però con lui non lo posso fare.
Quindi ho deciso di fare un esperimento, ‘che tanto non è che abbia molta scelta in merito: aspetto di inciamparti addosso di nuovo, ragazzo con le Old Skool che mangia gelato da solo, e poi trovo una scusa qualunque per attaccarti bottone. Come si faceva prima che bastasse un nome e Google per sapere vita, morte e miracoli – rigorosamente filtrati – di qualcuno. Magari non ti chiedo perché hai deciso di esistere unicamente nel mondo reale, senza lasciare impronte nel virtuale, ecco. Però qualcosa faccio.

Mi son sempre piaciute le caviglie secche, in fondo, e le tue sono veramente secche.

Odio il fatto di aver paura a scriverti, perché potresti non aver più voglia di sentirmi.
Odio il fatto di aver paura a venire a salutarti, perché potresti non esser più contento di vedermi.
Odio il fatto di aver paura di perdere anche te, perché di questo periodo orrendo sei sempre stata l’unica cosa che ha sempre funzionato.
Odio il fatto di aver paura di non poterti più avere così come ti ho adesso, perché se è vero che conosco il tuo calore, il tuo sapore, la consistenza ruvida delle tue mani sulla schiena, l’insistenza dei tuoi baci, l’impeto delle tue dita incastrate tra i miei capelli, è anche vero che di te so solo quello che tu vuoi io sappia e cosa succederebbe se scoprissi qualcosa che ti porta via da me per sempre?
Odio il fatto di sentirmi così, incastrata in una situazione in cui dovrei essere libera di fare quello che voglio, e invece sento il peso di un legame che non stringe nulla, solo un’idea, un desiderio. Il mio.

Sono passati mesi, da quando ho scritto queste parole.
Mesi di discussioni feroci, di silenzi, di chiusure. Mesi in cui ci siamo presi, lasciati e presi di nuovo, in preda a questa totale incapacità di fare a meno l’una dell’altra – e sembra una cosa così bella, se la scrivo in questo modo, una cosa ineluttabile quasi, da cui non è possibile scappare. E invece noi ci proviamo a scappare, corriamo costantemente in direzioni opposte, ma per qualche strano scherzo del destino finiamo per inciampare l’uno nell’altra e l’altra in quell’unopiùuno che in realtà sei tu. Non ho mai saputo desiderare due persone contemporaneamente, quando quello prima di te mi ha chiesto “ma è possibile che mi piacciate tutte e due?” la mia risposta è stata un no talmente categorico che per un po’ non ha aggiunto altro. Io non vedo che te e tu mi vedi solo quando non vedi l’altra. Non c’è più romanticismo, a dire le cose come stanno, c’è solo una storia triste che non riesco a uccidere perché dai, come si fa? Quando ci si vuole così intensamente, ci si cerca con tanta bramosia, ci si prende con una tale completezza – come fai a soffocare tutto quanto?
Odio ancora il fatto di avere paura a scriverti, perché adesso che quello che c’era, quello che avevamo, quello che ci rendeva noi si è perso da qualche parte nel momento in cui ci siamo inceppati, a inizio marzo, quando tu dormivi nel lato sinistro del mio letto e io passavo le notti insonne ad ascoltarti respirare, stretta nel tuo abbraccio, incastrata nello spazio scomodo tra due materassi e tra due vite tra cui adesso devo scegliere, quella con te o quella senza di te.
Odio tante cose, di questa situazione.
L’unica che ancora non riesco ad odiare, però, sei tu.

Cose imparate domenica 15 gennaio 2017

  • Stare a letto fino a mezzogiorno, guardando sei puntate di fila di 3%, è bello.
  • Iniziare la giornata a mezzogiorno, dopo aver guardato sei puntati di fila di 3%, fa schifo perché non hai voglia di fare nulla.
  • Fare finta di studiare per un’ora e mezza è più faticoso di quanto non lo sia effettivamente studiare per davvero e in più c’è lo sbattimento di dover rifare comunque tutto da capo perché non hai capito un assoluto cazzo di quello che hai letto.
  • Quando non faccio niente tutto il giorno mi annoio.
  • Quando mi annoio, mangio male.
  • Nello specifico ho cenato con una pizzetta surgelata, un quarto di piada multicereale con robiola e marmellata e un aborto di budino fatto con i semi di chia e il latte di soia che ho cercato di rendere commestibile buttandoci dentro una manciata di muesli e del mango.
  • Il mango, detto tra noi, è buonissimo e vale tutti i soldi che costa. Cioè tanti.
  • Probabilmente se avessi cenato con un piatto di passatelli in brodo il mio pasto sarebbe stato più equilibrato e adesso non mi sentirei come una tossica che brama ardentemente altro zucchero.
  • Sono arrabbiata, in primis perché – mangiando male e mangiando roba dolce – ho mandato all’aria il fioretto che avevo fatto e poi perché il tipo con cui sono uscita due volte, con cui mi trovavo molto bene, ha detto che non sa quando può venire a casa mia a vedere un film – come da lui proposto, io volevo andare al cinema ma tant’è – perché “deve studiare”.
  • Sono ancora più arrabbiata perché d’accordo, la persona che voglio davvero io è palese che non mi vuole, e non  verrò mai abbordata come Emma Stone in Crazy Stupid Love dal Ryan Gosling della mia vita, ma è chiedere troppo un essere umano di sesso maschile, umanamente accettabile, che non abbia paura di salvare il mio numero in rubrica ed usarlo? Maschietti, in caso vi fosse sfuggito il dettaglio, usare un numero di telefono invece che la chat di FaceBook NON equivale a una proposta di matrimonio.
  • Qualcuno mi porti delle omelette alla Nutella, ora, per favore, il mio indice glicemico è completamente impazzito.
  • Sospetto si sia rotto lo sciacquone del bagno e non riesco ad aprire la cassettina per vedere cosa c’è che non va, che bella questa domenica di nulla.
  • I post ad elenco mi piacciono molto.
  • Quando questa mattina ho alzato gli occhi oltre il profilo del bozzolo di coperte in cui me ne stavo avvolta, c’erano fiocchi di neve grandi quanto la mia mano che cadevano giù e ho sorriso. Poi ho pensato alla mia persona sbagliata, che sa quanto mi piaccia essere abbracciata alle spalle, e a come sarebbe stato se questa persona fosse stata lì come me, in quel momento, a guardare la neve.   Ho realizzato che non avremmo guardato la neve. Mi sono morsa la lingua, non ho pianto e sono tornata alla mia maratona di 3% sentendomi uno straccio.
  • Sono infallibile, quando si tratta di autosabotare qualsiasi cosa mi riguardi. Penso sia la consapevolezza più alta raggiunta in questa giornata inutile.

Torno a guardare Crazy Stupid Love, non avevo niente di interessante da dire e ho terminato anche le stronzate.
Che domenica inutile.

Sedici cose imparate nel 2016

Ho visto un video, prima di andare ad allenamento, su youtube:  sedici cose imparate nel 2016. Non serve dirvi cosa viene qui di seguito, perché in effetti…

  1. Sono piuttosto prevedibile. La cosa mi ha sempre dato grossi problemi quando ero più piccola e sguazzavo nella convinzione di essere speciale, diversa, irripetibile e imprevedibile. Nel 2016 ho imparato che non sono per niente così e va bene, perché fa parte di quello che sono e sapete cosa? Magari sono prevedibile, ma ho un altro super potere: sono insospettabile. Che è persino meglio, forse.
  2. C’è del buono in (quasi) tutto quello che succede, a ben guardare. Certo, a volte bisogna proprio volerlo trovare a tutti i costi, questo buono, e magari servono mesi prima di riuscire a mettere a fuoco l’angolino dove si nasconde e hai voglia poi a tirarlo fuori, ma spesso c’è. Mi sono infortunata spesso, nel 2016. Una distorsione alla caviglia, numerosi stiramenti e poi il pezzo da novanta, quello che mi ha davvero buttata giù, quando sono riuscita a stirarmi tutti i legamenti del ginocchio sinistro in un colpo solo. Ho avuto delle grosse battute d’arresto, a livello fisico, tanto da rimanere ferma per mesi e davvero, pensavo che sarei impazzita ad un certo punto. Invece ho solo sclerato male in più di un’occasione, ma non è questo il punto. Il punto è che tutte le volte che ho ripreso a muovermi qualcosa nella mia testa si era sbloccato e mi si sono aperte infinite possibilità che prima non riuscivo a vedere perché non avevo effettivamente bisogno di vederle. Farti male ti insegna a cercare altri modi, perché – diciamolo – ti caghi in mano all’idea di ritrovarti di nuovo nella stessa situazione che ti ha letteralmente fatto esplodere un ginocchio. E quindi ti ingegni.  E quindi c’è del buono, nello sbattere il muso contro uno stop imprevisto. Dietro l’incazzatura, certo, e gli scleri e le discussioni e l’assoluta incapacità di stare davvero a riposo e dare tempo al corpo di guarire.
  3. Aiutati, che il ciel ti aiuta. Tanto per restare a tema, devi fare impacchi di argilla due volte al giorno perché hai uno stramaledetto versamento che a ben guardare fa sembrare che ci sia un cocomero tra coscia e polpaccio? E tu schiaffati un po’ di argilla pure in faccia, così avrai ancora un cocomero a metà gamba, ma anche una pelle bellissima e ciaone.
  4. Non ho mai rimorchiato tanto come durante il periodo in cui ho portato il tutore al ginocchio. Fidatevi. Il trucco non sono i cuccioli di cane o i bambini: i tutori. Dove vi pare. I maschietti non resistono, DEVONO sapere cosa ti sei fatta.
  5. Ci sono cose che vanno al di là del mio controllo e no, non ho ancora imparato ad accettarlo, e si, queste cose mi fanno venire le crisi di pianto e gli attacchi di panico.
  6. L’onestà non sempre paga, ma la consapevolezza di averla saputa osare è impagabile.
  7. Mi faccio un sacco di selfie perché si, sono una vanitosa del cazzo.
  8. Ho un rapporto terribile con il mio corpo, nonostante sia una vanitosa del cazzo, e uno ancora peggiore con i numeri che segna la bilancia. Mamma, so che mi stai leggendo, non andare in paranoia per favore: non mi lascio morire di fame, non ho disturbi alimentari, non c’è bisogno che tu venga a Forlì per farmi da mangiare. Mi so gestire, devo solo evitare di pesarmi e di guardarmi allo specchio, di profilo, dopo aver mangiato.
  9. Vivo ogni cosa come fosse attaccata ad un amplificatore, ed è sia bellissimo che bruttissimo.
  10. Comprare cose mi fa felice e basta con questa omertà, ammettiamolo, lo shopping piace. Fine.
  11. Perdere un’amica fa schifo, tranne quando ti rendi conto di stare meglio senza.
  12. La verità fa schifo. Vedi il punto sopra, pure quello fa schifo, ma il fare schifo non lo rende meno vero.
  13. Poche cose sono appaganti come il peso di una medaglia al collo e  della brioches alla crema tra le mani un istante prima di morderla.
  14. Le persone sbagliate che dicono e fanno le cose giuste esistono. E della mia possiamo dire tutto quello che volete, che tanto i quattro gatti che leggeranno questo post mi hanno sentita blaterare, delirare e frignare per tutto l’anno scorso, ma la verità è che se non ci fosse stata il mio 2016 sarebbe stato molto più noioso. E, mamma non leggere, non avrei scopato così tanto e così bene. Se mai avrò delle nipoti, sarò una nonna con delle storie eccezionali grazie alla mia persona sbagliata.
  15. A volte ho la pretesa di essere una persona impegnata e intelligente, ma stringi stringi sono una gran cazzona. Vedi questo post, sembrava in principio una cosa seria e mezza impegnata, è mancato tanto così che vi dicessi della volta che ho scopato dietro il bancone di un bar. E infatti. Mamma, te l’avevo detto di non leggere.
  16. Sono quello che sono, non posso farmene una colpa. E se a voi non sta bene, come dire, cazzi vostri. Non siete obbligati a volermi bene, io invece con me stessa ci devo convivere tutti i giorni quindi anche se non mi voglio sempre benissimo, il minimo che posso fare è accettarmi per quello che sono.

Mi ero fatta una tazza di tisana da sorseggiare durante la stesura di questo post: me ne sono completamente dimenticata e adesso è gelida. Ottimo. Vado ad asciugare i capelli, prima che il collo pensi bene di bloccarsi per ricordarmi che non ho più l’età per fare la splendida alle undici con un asciugamano in testa.  2017, per favore, io mi aiuto ma tu vienimi un po’ incontro. Abbi pietà di me, almeno un pochino. Per favore.

 

Lettera

Cara me del 2015*,
siamo arrivate alla fine della tua maratona.
Siamo sopravvissute ad un anno che è stato stronzo e bellissimo, proprio come tutti quelli che ci sono sempre piaciuti e che sempre ci piaceranno nonostante tutto, che ci ha costrette a prendere in mano situazioni che non ci rendevano più felici ma che non avevamo il coraggio di affrontare per una serie infinita di paure.
Siamo sempre stato un po’ spaventate da tutto, ma poche cose ci hanno terrorizzate come il cambiamento: quest’anno siamo cambiate, e tanto, e ancora non lo so se in meglio o in peggio – per qualcuno in peggio, per qualcuno in meglio, a seconda della porta a cui bussi ti diranno ora una ora l’altra -, ma quello che davvero conta è che ci siamo messe in piedi, siamo rimaste in piedi e siamo andate avanti.
Ci siamo buttate, tante volte, mantenendo l’equilibro e a volte cadendo di muso. Abbiamo imparato che non è questione di piacere alle persone, ma di piacer loro abbastanza da invogliarle a tenerci nella loro vita. Che la distanza può voler dire tutto, se a separare è il silenzio, e niente, se si costruiscono ponti di condivisione. Abbiamo capito che la delusione brucia di vergogna, che essere respinte è orrendo ma che si sopravvive e che si sta bene lo stesso, si torna a ridere, persino con chi ci ha detto “no, guarda, hai capito male” – quando in realtà non eravamo noi ad aver capito male, ma lui ad aver cambiato idea – e dopo un po’ è come se niente fosse successo. Perché dai, non c’è niente di cui vergognarsi: ma ti sei vista, vecchia me del 2015? Hai visto cosa sei diventata, tutte le cose che hai fatto, tutti i problemi che hai risolto e le soluzioni che ti sei inventata? Certo, abbiamo ancora la tendenza a scusarci anche quando non è colpa nostra, perché le discussioni ci fanno stare male e di stare male non abbiamo nessuna voglia – ma quando serve sappiamo puntare i piedi e combattere, o all’occorrenza lasciar andare e dire addio per sempre. Abbiamo perso tante persone, che sono state con noi per davvero tanti anni, ma ne abbiamo trovate altre che non avremmo mai impensato di trovare e accogliere. Siamo state accolte, coccolate e accudite. Abbiamo accolto, coccolato e accudito. Facciamo cose che nessuno ci crede capaci di fare, noi in primis, e le facciamo pure bene. Le perdite dispiacciono, ma perché dispiacersi di aver smesso di essere infelici?
Siamo affamate di felicità, piccola vecchia me, oggi più che mai.
Siamo ingorde di sorrisi, risate e lacrime agli occhi e guance doloranti.
Siamo un pochino più leggere, nonostante i troppi pensieri non ci abbandonino mai.
Siamo sempre noi, alla fine, ma un po’ più grandi, un po’ cresciute, un po’ più vicine al momento in cui ci toccherà abbandonare la nostra bolla di studio e esami per trovarci un nostro angolo nel mondo, da sole ma non in solitudine. Siamo sempre noi con la lacrima facile e il muso ancora più immediato, permalose ma generose, fragili quando si tratta di noi ma granitiche nel sostenere gli altri. Ci piacerebbe smetterla di anteporre i problemi altrui ai nostri e saper dire di no ad ogni favore che ci viene chiesto, che poi ci troviamo sempre invischiate in un gran casino e non sappiamo più come venirne fuori – ma ehi, non si smette da un giorno all’altro di essere quello che si è sempre stati.
Abbiamo tempo, per imparare. Per provare ad imparare.
Abbiamo davvero tanto tempo e se in dodici mesi siamo cresciute così tanto, figurati cosa potremmo fare in altri trecensessantasei giorni – perché l’anno che viene è bisestile, un giorno in più per fare qualcosa di buono, muovere pedine, impostare e correggere la partita.

Quello che sto cercando di dirti, vecchia Chiara, è che sei stata brava.
Hai fatto del 2015 l’anno della tua indipendenza, pagata con lacrime, fatica e frustrazione ma guadagnata solo con i tuoi sforzi.
Hai trasformato la tua vita, i tuoi desideri, le tue abitudini.
Hai avuto coraggio e in tutto il caos che c’è stato non ti sei persa di vista. Non sei stata persa di vista e sai cosa? Forse gli amici che abbiamo sono pochi, sparsi per tutta Italia, ma ci sono.

E va bene così, amica mia.
Puoi andare a dormire serena, quello che hai fatto l’hai fatto bene: passa il testimone e riprendi fiato, che hai corso tanto e veloce, spesso in salita e pochissime volte in discesa.
Come sempre sempre, tutto quello che abbiamo avuto, ce lo siamo dovuto guadagnare. E abbiamo avuto tanto, davvero tanto, più di quanto ci aspettavamo di ottenere.

Ti abbraccio forte, piccola me.
Non sempre te lo dimostro – me lo dimostro -, ma ti voglio bene il più delle volte. Siamo belle persone. Ma soprattutto, finalmente siamo.

Tua,
Chiara.

sfondo2015 copy

*l’idea, maneggiata, della lettera ad un’altra me è di Aleja – e la sua lettera potete e dovete leggerla qui.

mi sono rotto il cazzo dei codardi con l’amore degli altri
mi sono rotto il cazzo perché poi non si dorme più
si sta svegli finché non muore la speranza
maledetta stronza che non muore mai mentre io vorrei dormire

(Forse è vero che la vendetta è il piatto freddo di chi non ha il coraggio di cambiare ristorante, ma capirai anche tu che le parole hanno un peso e che quel peso ti tira sotto il pelo dell’acqua, dove non c’è aria. Allora fai così, la prossima volta taci, rimangiatele, facci indigestione ma non servirle a me che sto ancora qui a masticarle e iniziano pure a farmi schifo, son così trite e ritrite da non avere più sapore – sempre ammesso ne abbiamo mai avuto uno.)

“Mi apro alla chiusura.”

Spesso sono troppo impegnata ad ascoltare gli altri per riuscire a ricordare di far ascoltare me. Per questo non ti ho detto che posso fingere di non pensarci a livello agonistico, ma se nel frattempo continui a farmi nutrire stupide speranze che mi mordono le mani allora non smetterò mai di restare in attesa di qualcosa che non c’é. Per questo non ti ho detto che non volevo mi toccassi, che mi baciassi, che ti comportassi come se quel qualcosa effettivamente ci fosse, perché poi mi ritrovo ad affrontare le interminabili ore afose di giornate svuotate dalla tua consistenza senza ancora aver finito di pagare gli inesistenti significati dei capricci che ti sei concesso quando mi hai baciato le guance, il collo e preso la mano. Per questo non ti ho detto che per quanto sappia che la chimica è una questione tutta cerebrale, qualcosa che potenzialmente posso razionalizzare e accantonare giocando a fare la disinvolta, poi è dietro lo sterno che la sento tutta, nella pancia, tra le gambe, sulla punta delle dita che tengo strette per non lasciarmi scappare quel poco di orgoglio che ancora non ho calpestato ed è così che diventa tutto più difficile. Per questo non ti ho detto che non so come far quadrare quello che ho davanti adesso, freddo di silenzi e indifferenza, con quello che avevo davanti prima, caldo di sorrisi e parole, e che nel tentativo di bilanciare te sto perdendo l’equilibrio io; che non è che faccio i passi più lunghi della gamba, ma che ho gambe lunghe che mi fanno fare passi più grandi di quelli degli altri.
Non mi è mai interessato avere un futuro, non te l’ho neanche mai chiesto, volevo solo un presente. Questo che mi ritrovo a maneggiare non mi piace e se qualcosa non mi piace, nessuno mi obbliga a rimanere, aspettarsi ha un senso solo se è reciproco e adesso non ne ha. Non perché sia troppo tardi ma perché è sempre il momento sbagliato. Perché è vero che mi piaci ancora, se tu in quattro giorni sei stato capace di trasformarti in uno stronzo io in quattro giorni son stata capace solo di chiamare a raccolta tutta la mia maturità per schierarla in campo e venire a parlarti, ma cosa può darmi una persona che, non lo so, quanto ci pensi prima di dimenticarmi?
Del resto è così che funziona, se decidi di lanciare l’amo poi devi saper affrontare il pesce che abbocca e tutto l’abisso che lo circonda. E io ti restituisco al mare, la chiudo qui, me ne tiro fuori.
Il non darlo a vedere non è esattamente il mio stile di vita, ormai si è capito, e sono sempre stata fermamente convinta che spiegarsi è tutto ma capirsi è un po’ di più, ma qua non è rimasto più nulla da spiegare o capire e non mi va di insistere. Merito – o almeno penso di meritare – qualcosa di più di quello che ho avuto negli ultimi giorni e poco importa se quel che merito non coincide neanche alla lontana con quello che voglio.
Rifarei ogni cosa, perché non mi aspettavo niente e invece ho trovato te, ma sono una persona troppo buona per fare finta di nulla senza sapere che non sarò in grado di impedirti di farmi male, presto o tardi. Mi mancherà parlarti, un bel po’, ma già lo so che queste parole, come tutte le mie parole, finiranno dimenticate esattamente come me alla prima occasione. I miei non sono difetti, l’ho sempre saputo, sono eccessi. Quando sei una piromane di entusiasmi in un mondo di pompieri, ho letto da qualche parte, non è mai semplice come dovrebbe.

Nuota forte nel tuo abisso, pesciolino! Io me ne torno a riva a prendere il sole.